Napoli in queste ore è sospesa.
Nel silenzio carico di attesa dell’ospedale Ospedale Monaldi, un bambino, il piccolo Domenico, sta combattendo una battaglia troppo grande per la sua età.
Le sue condizioni sono gravissime. Le speranze, dicono i medici, sono ormai appese a un filo sottilissimo. E quando la scienza si ferma, quando le terapie non bastano più, resta solo la preghiera. Resta la fede. Resta quel grido silenzioso che una città intera sta rivolgendo al cielo.
Ma dietro ogni bollettino clinico c’è molto di più.
C’è una madre che non si stacca da quel letto.
C’è un padre che prova a restare forte mentre dentro crolla.
C’è una famiglia che vive sospesa tra un respiro e l’altro, tra una speranza che si accende e una paura che divora.
Non si può morire così.
Non si può accettare che un bambino debba trovarsi a lottare tra la vita e la morte mentre fuori il mondo continua a correre.
Napoli è una città che sa stringersi. Sa pregare. Sa gridare.
E oggi deve fare entrambe le cose.
Pregare per Domenico.
E pretendere verità.
Se ci sono responsabilità, se ci sono omissioni, se qualcosa poteva essere fatto prima o meglio, allora chi ha sbagliato deve risponderne. Senza ambiguità. Senza silenzi. Senza protezioni.
Non è il momento delle polemiche sterili. È il momento della dignità.
È il momento di chiedere con forza che ogni passaggio venga chiarito, che ogni eventuale errore venga accertato, che nessuna famiglia debba mai più sentirsi sola davanti a un dolore così immenso.
Un bambino non è una statistica.
Non è un numero in una cartella clinica.
È un mondo intero.
E quando un mondo intero rischia di spegnersi, non possiamo restare spettatori.
Oggi Napoli si ferma per Domenico.
Si ferma con il cuore in mano.
Si ferma con la voce rotta.
E sussurra, insieme ai suoi genitori:
“Resisti piccolo. Non lasciarci.”